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19 ottobre 2006

Partito democratico già vecchio, largo alle generazioni- Google

POLITICA
«Partito democratico già vecchio,
largo alle generazioni- Google»
Matteo Renzi, trentenne della Margherita, è critico con l'attuale
classe dirigente
15/10/2006
di Riccardo Barenghi

 ROMA. Giovani e politica, un ossimoro, una contraddizione in termini?
Oppure un auspicio, un tema da convegno (noioso), un problema da
affrontare e mai risolvere. I giovani, si dice ed è anche vero, la
politica non la amano, non la capiscono, non la seguono. Ma ci sono
anche quelli che la politica la fanno, ventenni, trentenni o poco più.
E la fanno a tempo pieno come Matteo Renzi, nato nel 1975, professione
civile dirigente d'azienda, professione politica presidente della
Provincia di Firenze, militante della Margherita, «rutelliano»,
finito anche su Time che in aprile dedicò la copertina e un lungo
servizio proprio ai giovani in politica. Renzi fa politica ma non solo,
o meglio la fa guardando davanti e non indietro. Tanto che uno dei suoi
libri si intitola «Tra De Gasperi e gli U2», titolo che fece
sobbalzare Prodi sulla sedia. Che infatti, quando lo incontrò, gli
fece: «Ma che casso c'entra De Gasperi con gli U2?». «Io gli
risposi che non c'entra appunto un casso, perché oggi per un giovane
è molto più formativo, politicamente parlando, un testo di Bono che
non un saggio di De Gasperi. Purtroppo molti ragazzi non sanno nemmeno
chi fosse l'ex leader della Dc, così come alcuni rispondono che
Berlinguer era un ministro francese». Felici e ignoranti, dunque, i
giovani di oggi? «Ignoranti sulla storia politica del passato
abbastanza, e non è che questo sia una nota di merito. Ma forse
bisognerebbe chiedersi se i messaggi di una volta, le ideologie del
novecento abbiamo ancora un senso nella realtà. Ecco, io penso di no:
penso che la mia generazione e quelle che seguono siano le
"generazioni Google". Che non è solo un motore di ricerca ma un
metodo, una rivoluzione della società, della cultura, della didattica.
Sarebbe ora che lo fosse anche per la politica».

Lei parla di Google proprio oggi che il suo partito si divide in
teodem, teopop, con manifesti politici che affermano la straordinaria
attualità dei valori della Dc che scomparve quando lei aveva meno di
vent'anni... «Oddio, e pensare che per me la Dc è morta e sepolta,
e lo dico con tutto il rispetto per quella storia ma senza nemmeno
nascondermi i problemini che quel partito ha avuto e ha creato. Io poi
sono figlio di un democristiano, ho cominciato a far politica con i
Comitati Prodi e nel Partito popolare di Martinazzoli, il mio
soprannome è Zac in omaggio a Benigno ma anche a Zaccheo, personaggio
biblico che definisco l'anti-ideologico. Faceva l'esattore delle
tasse e rubava pure, poi incontra Cristo e diventa cristiano ma
continua a fare il suo lavoro. Solo che smette di rubare». Cos'è,
una metafora dedicata ai democristiani? «No, no, è che io sono stanco
di tutti questi riferimenti al passato, chi verso la Dc e chi verso il
Socialismo. Trovo queste nuove correnti, teodem, teopop e via dicendo,
un po' ridicole, diciamo ideologiche e nostalgiche. Negli ultimi
dieci anni la società italiana è cambiata, tutto è cambiato tranne
le facce di quelli che stanno al governo. Dieci anni fa i due ministri
più giovani erano Giovanna Melandri e Enrico Letta e oggi sono Enrico
Letta e Giovanna Melandri. Solo che sono passati dieci anni e la nuova
generazione è rimasta indietro».

Lui no, ha solo 31 anni e un grande avvenire davanti a sé. Ma gli
altri? «Molti stentano, perdono tempo a lamentarsi perché i più
vecchi non gli lasciano spazio, sembrano un po' dei replicanti.
Invece dovrebbero prendere qualche iniziativa, smettere di piagnucolare
e farsi avanti. Io faccio parte di un gruppetto di dieci amici che dopo
la sconfitta alle europee del 99 (col Ppi di Marini ridotto a meno del
5%), prendemmo in mano il Partito di Firenze. Avevamo venticinque
anni... qualcosa insomma si può fare anche senza aspettare la grazia
ricevuta dai nostri zii. Si impara di più a far la politica
dell'oggi usando la Rete che non a sbattersi per un posticino qui o
lì nel sottobosco della politica».

I vecchi o gli zii di cui parla Renzi, tanto vecchi non sono. Fatta
eccezione per i settanta-ottantenni che occupano le cariche
istituzionali, gli altri si chiamano D'Alema, Fassino, Veltroni,
Rutelli, gente che sta tra i cinquanta e i sessant'anni. Sono loro
che non fanno spazio ai giovani? «In un certo senso sì, ma è perché
non riescono a fare spazio a se stessi. In altri paesi a quell'età
si chiude la carriera, vedi Tony Blair. Da noi invece stiamo ancora
aspettando che un cinquantenne faccia il candidato premier». E a meno
di sorprese, aspetteremo fino al 2011: lei chi aspetta? «Veltroni o
Rutelli».

Senta Renzi, un anno fa le primarie: le sono piaciute? «Senza dubbio,
speriamo di rifarle. Magari più vere, io ho votato per Prodi ma non
avevo molte alternative. Mi piacerebbe in futuro non dover votare per
un leader già predeterminato. Mentre non mi piace affatto tutta questa
santificazione delle primarie, qui va a finire che sul calendario
scriviamo San Primario il 16 ottobre». Ormai però si parla delle
primarie addirittura come metodo per costruire il Partito democratico,
i gazebo contro gli apparati: lei con chi sta? «Io sono un pasdaran
del Partito democratico, ma tra l'idea di Parisi e quella di
D'Alema scelgo D'Alema. I partiti non sono il luogo della società
incivile, e tutti questi professori che vengono a spiegarci che bisogna
buttarli a mare francamente non li sopporto. Dopo di che, figuriamoci,
oggi sono troppo ceto politico, bisogna che cambino. Ma non che
scompaiano». Il Presidente della Google generation è comunque
soddisfatto che il Partito dei suoi sogni sia partito, «anche se
potevamo evitare di farlo partire con un dibattito così palloso».




permalink | inviato da il 19/10/2006 alle 14:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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